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  ilMaLe Non c'è giustizia senza libertà. Il blog di Leonardo Marzorati.
 
La taverna dell'artista
 


PATRIA

 


2 dicembre 2016

Le colorate "Foschie" di Sara Pellucchi

Quando la pittura diventa narrativa, o viceversa. Sono queste le prime impressioni che si hanno leggendo "Foschie", il primo romanzo di Sara "Shifter" Pellucchi, pittrice di Seregno (MB) che ha voluto cimentarsi con la scrittura. Il libro, edito da Gilgamesh, si legge tutto d'un fiato. Sono meno di 100 pagine in cui viene ben delineato il mondo artistico dell'autrice.

L'inizio è nero, colore amatissimo dalla pittrice. Nelle tenebre spunta un personaggio di nome Montserrat, omino grigio e stilizzato contraddistinto da un cappello a cilindro azzurro. Montserrat vive esperienze imparando a "toccare" colori e oggetti, che portano luce nel nero che avvolge la storia.

Sono esperienze oniriche dell'autrice, vissute con le titubanze e le inesperienze di un protagonista che impara, e al tempo stesso insegna al lettore, l'approcciarsi al mondo dei colori e delle cose animate.

Nella seconda parte del romanzo la palla (elemento con cui gioca Montserrat) passa alla pittrice, ovvio alter ego della stessa Sara. L'artista ottiene una sorta di ispirazione dal curioso personaggio. Si tratta di un passaggio di testimone da personaggio ad autore e i le esperienze vissute dal primo diventano un vero e proprio deus ex machina per il lavoro del secondo. La pittrice riesce a portare a termine le sue opere grazie al prezioso contributo di Montserrat, soggetto che riesce a trasmettere empatia e simpatia al tempo stesso.

Sara Pellucchi, durante la prima presentazione all'Area Libri di Seregno ha detto di sentirsi più un nero attorniato dalla luce dei colori che un grigio, come Montserrat, immerso nel nero. Citando Platone, solo conoscendo la luce e quindi i colori, si comprende meglio il nero. Nel caso di Sara il nero lo si ama e grazie al suo libro lo fa apprezzare a tutti noi. Dopo aver letto il suo libro, forse vedrete il nero con occhi diversi.

"Foschie" è un romanzo adatto a tutti e piacerà anche a coloro che hanno un atteggiamento misoneista verso chi mette il proprio io al centro della storia. Il connubio tra pittura e narrativa funziona. Ci si emoziona nel vivere i sogni di Sara e Montserrat è un ottimo Caronte, che ci traghetta nel nero e ci fa tastare con mano le sue foschie colorate.

Leonardo Marzorati


9 maggio 2009

Irritati da un film

Titolo: La felicità porta fortuna - Happy Go Lucky
Cast: Sally Hawkins, Alexis Zegerman, Samuel Roukin, Eddie Marsan, Andrea Riseborough
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura: Mike Leigh
Genere: Commedia
Produzione: Regno Unito
Anno: 2008



La spensierata insegnante di scuola elementare Paulette detta Poppy (Hawkins) subisce il furto della sua bicicletta. Decide quindi di prendere la patente. Il suo istruttore è il fanatico religioso e razzista Scott (Marsan). Una ragazza con l'allegria sempre in corpo finisce per turbare un paranoico esaltato come Scott. Le guide sono quasi una sorta di trauma per l'istruttore. La ragazza invece vive serena, con un eccessivo ottimismo in corpo. E' bella, ha delle amiche invidiabili e trova pure l'amore. Sembra non prendere mai nulla sul serio e per questo ha rotto definitivamente con la madre e in parte con la sorella sposata. Mentre la sorella sottomette il marito al ruolo di servetto, Poppy si gode la vita col lavoro, le sbornie e i sentimenti.
Tempo fa con mio fratello vidi Funny Games di Michael Haneke. Lui lo definì un film irritante. A me pare irritante La felicità porta fortuna. O meglio, è irritante la figura centrale del film: Poppy. La bravissima Sally Hawkins (Orso d'Argento come migliore attrice) svolazza tra casa, lavoro e pub con un'irritante allegria. La sua ironia spiccia è totalmente fuori luogo nelle pratiche di guida. Lei ha di fronte un fanatico frustrato: dovrebbe capire che con certe persone non si può sempre scherzare. Ma Poppy va avanti: lei ottiene felicità e fortuna, ma non la trasmette di certo allo spettatore. Mike Leigh ci aveva emozionato tantissimo con Segreti e Bugie e Il segreto di Vera Drake. Qui, l'espero regista britannico riesce solo a farci uscire dalla sala incazzati con la voglia di cantarne quattro alla protagonista.

Ma.Le.


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4 aprile 2009

Che la saga fantasy del Portatore di Tenebra abbia inizio

Titolo: Il portatore di tenebra. La guerra della falce. La luce del cielo
Autore: Aislinn
Anno: 2008
Prezzo: 9 €
Casa Editrice: EdiGio'



Il demone Vastarath appare ad Agarm in terre desolate. Agarm diventa così Vikranor, il Portatore di Tenebra. Vikranor inizia a convocare tutti i Vastamaen, i Caduti, i Maledetti. L'obiettivo è uno solo: fare guerra al Silor e alla città di Erea. A testa dell'armata di soldati stanno il giovane e impavido Evar e l'asperto e tetro Snorraka. A Erea sembra iniziare a sentire il vento della guerra. In epoche passate i Vastamaen avevano attaccato il Silor con guerre protrattesi negli anni. A Erea il re Denor e la regina Kayra, con la terzogenita Goneril attendono l'arrivo dei due figli Andre e Wil, fuori per un'escursione a cavallo. Lo stregone bianco di Erea Tharandyr sembra aver fiutato la minaccia incombente e il ruolo tragico che giocherà nella vicenda Andre, il primogenito ed erede al trono. I due ragazzi arrivano nella città. Dopo abbracci con i familiari, Andre sente il bisogno di cavalcare in solitudine per le sue terre. Andre è turbato per il sentimento che per lui prova la giovanissima Katlena. Ma forse c'è dell'altro. Intanto i Vastamaen attaccano la prima città del Silor e massacrano i suoi abitanti. La guerra tra i portatori di tenebra e le forze di Erea è iniziata.
Non sono un grande conoscitore di letteratura fantasy. Da ragazzino mi ero affezionato per un breve periodo della mia vita ai libri-games. Ora mi accosto a questo genere, che ha dato vita a saghe di grande valore culturale e tanta lettura di evasione. L'accostamento lo devo all'autrice della saga I
l Portatore di Tenebra: Aislinn. Dietro questo pseudonimo si cela un'amica blogger; una giovane autrice che si è immersa in questo genere letterario. Il primo capitolo della sua saga lo si legge in una volata. Può sembrare un qualcosa di già letto, ma sicuramente lascia venire la voglia di sapere come seguiranno i fatti nel capitolo successivo. I personaggi sono descritti con i giusti tratti essenziali: siamo all'inizio e dobbiamo sapere con chi abbiamo a che fare. Questo fantasioso medioevo popolato da elfi, cavalieri, demoni e assassini è sicuramente credibile e lascia una parvenza di inquietudine. La  classica guerra tra bene e male inizia alla fine del libro. E' l'ennesima sfida tra queste due forze che hanno contraddistinto l'avventura e tutto il materiale culturale che ci è girato attorno. Da un lato c'è la gioiosa città di Erea, con le baruffe amichevoli tra due fratelli. Dall'altro abbiamo dei cavalieri ansiosi di vendetta e di spargimenti di sangue. La chiara giornata di un castello viene contrapposta al buio della tenebra. Quella tenebra che anima i rinnegati guidati dal demone Vastarath. Agli amanti del fantasy e agli amici della scrittrice Aislinn questo serie di libelli potrà senz'altro piacere. Per chi volesse conoscere l'autrice Aislinn, il suo blog è http://aislinn.ilcannocchiale.it/

Ma.Le.


3 marzo 2009

Riemerge nella mente Sabra e Chatila

Titolo: Valzer con Bashir
Regia: Ari Folman
Sceneggiatura: Ari Folman
Genere: Animazione, Bellico
Produzione: Israele
Anno: 2008



Israele oggi; in un bar due veterani della guerra in Libano del 1982 discutono al bancone. Uno dei due racconta all'altro (il regista Ari Folman) un incubi ricorrente. L'uomo sogna di essere inseguito da 28 cani feroci. Sono 28, come quelli che nel 1982 uccise in guerra per evitare che abbaiassero e potessero allarmare i miliziani nemici. Folman si rende conto di non avere ricordi precisi di quella guerra a cui partecipò. Un amico psicologo e anch'egli veterano consiglia a Folman di capire cosa fu la guerra in Libano e quale fu il suo ruolo. Il regista decide allora di intervistare ex commilitoni per capire il motivo della rimozione di un ricordo così sconvolgente. I reduci del Libano raccontano al regista la loro guerra. Chi ci andò da spensierato diciottenne; chi vide i suoi amici venir ammazzati; chi per salvarsi la pelle optò per una saggia fuga, restando con il senso di colpa per non aver fatto abbastanza. Intanto ricordi onirici riemergono nella mente del regista: lui e altri due ragazzi escono nudi dal mare e si vestono con casacche militari sulla spiaggia. Anche i sogni degli altri reduci danno una mano. C'è chi mescola sogni erotici al sangue della guerra e chi ricorda gesta mitiche ma al tempo stesso surreali. E' il caso del valzer con Bashir, visione di un soldato che balla sparando a caso tra i manifesti di Bashir Gamayel, leader carismatico del partito di estrema destra Falangi Libanesi. La figura di Gamayel aiuta Folman nella sua opere di recupero del passato. Il leader dei miliziani libanesi, e alleato scomodo dell'esercito israeliano, fu assassinato nel settembre del 1982, pochi giorni dopo la sua nomina a presidente del Paese dei Cedri. I responsabili furono i palestinesi del sud Libano, da sempre ostili alla destra di Gamayel. Israele aveva invaso il sud Libano a seguito dei continui attacchi palestinesi. Nella guerra aveva trovato in Gamayel un prezioso alleato. Ma i seguaci di Gamayel, dopo l'uccisione del loro leader, scateneranno la furia omicida nei due campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. 800 palestinesi inermi, tra cui donne e bambini, furono trucidati dalle Falangi Libanesi. I soldati israeliani non mossero dito. Ari Folman era lì e vide l'orrore con i suoi occhi. Un ufficiale dell'esercito riferisce al regista che, l'allora ministro della difesa Ariel Sharon disse ai militari di lasciar lavorare i falangisti. Folman viaggia tra Europa e Israele e alla fine fa riemergere il suo ricordo. Il non aver potuto impedire un massacro di innocenti. Nelle ultime scene il cartoon lascia spazio alle immagini reali della strage.
Il fumettista Ari Folman ha voluto scavare nella sua memoria. In questo suo film d'animazione, l'ex militare israeliano ripercorre nei dialoghi con reduci di guerra una storia del suo paese. Il suo intento non è però certificare le colpe o accusare qualcuno di una strage. Il suo intento è far riemergere degli orrori che il suo inconscio aveva preferito rimuovere. Sono significative le immagini dei giorni di libera uscita del protagonista. Folman nel 1982 è un ragazzo poco più che adolescente. Tornato a casa per pochi giorni si trova estraniato dai videogiochi e dalla musica punk - new wave delle discoteche. In Israele la vita continua nella sua normalità, come è giusto che sia. Folman lì è un alieno, che sa di dover presto tornare sotto gli spari del nemico. In guerra Folman cerca la normalità che ha quasi schifato a casa: perlustrando un aeroporto abbandonato se lo immagina pieno di vita. Il giovane soldato ha vissuto degli orrori che gli hanno sconvolto i ricordi. Nel temporaneo ritorno alla normalità è ancora immerso nel clima di tensione della guerra. Sotto le armi cerca di estranearsi il più possibile al rischio immediato di essere ucciso. Valzer con Bashir è il ballo di un ragazzo sotto i fucili dei cecchini. Un'immagine surreale mostra come una guerra possa sconvolgere le menti. Per tornare alla normalità Folman ha dovuto abbandonare ogni ricordo. Solo più di vent'anni dopo gli verrà la voglia di tornare a scavare nella sua memoria. L'incubo di un suo amico apre la strada ai suoi. Valzer con Bashir è un capolavoro di animazione. Il film ha un tratto rude come quello della guerra. Folman ci aggiunge tinte più mistiche e inquietanti nelle fasi oniriche. Quest'opera psicologica è stata trasportata in un film eccezionale, che avrebbe meritato l'Oscar come miglior film straniero. Probabilmente sono stati i fattori politici a far preferire ai giudici di Hollywood un altro film
  (il giapponese Departures). Resta la vittoria di un Golden Globe e la certezza di aver assistito a una pagina fondamentale del cinema psicologico, documentaristico e di animazione.

Ma.Le.


25 febbraio 2009

Il design in mostra in Brianza

Il buono, il brutto, il cattivo


Nella cittadina brianzola di Giussano fino al 29 marzo c'è una interessante mostra sul design. La mostra, con ingresso gratuito, espone elettrodomestici che hanno fatto la storia della società italiana dalla metà del '900 ad oggi.




C’è del buono nel design italiano? La risposta che dà la mostra di Villa Sartirana sembra essere  sì. Giovedì sera alle 21, nella struttura di via Carroccio, è stata inaugurata la mostra “Il buono, il brutto, il cattivo. Il good design tra storia e futuro”. La mostra, a cura di Didi Gnocchi e Francesca Molteni, ripercorre la storia del design innovativo applicato ai piccoli elettrodomestici. La mostra è aperta nei giorni feriali dalle 15 alle 18, il sabato e i festivi dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18.30. Il lunedì è chiusa al pubblico.

Nelle sale della villa sono state inserite prodotti di uso quotidiano che hanno fatto la storia e che hanno lasciato un buon segno. Ci sono le tv dal gusto pop della Brionvega. Dell’azienda friulana sono esposti diversi prodotti. Si passa dalla TV Doney alla radio TS 502. Questa radio fu disegnata negli anni ’60 da Richard Sapper e Marco Zanuso. A quest’ultimo designer, scomparso nel 2001, è dedicata anche una dettagliata scheda sul suo brillante percorso artistico. In una sala un altro grande del ‘900 è ricordato con un filmato: Bruno Munari. L’eclettico artista milanese aveva celebrato come massimo simbolo della perfezione l’arancia. Nel filmato si mostra come un semplice agrume può essere molto più “good” di tante idee impostate dall’uomo. I contributi scritti di importanti designer e critici d’arte ragguagliano il visitatore su cosa è buono, cosa è brutto e cosa è cattivo. Per Cini Boeri è brutto design ciò che non ti spiega il suo utilizzo. Un esempio sono delle piccole riproduzioni della robottina EVE del film “Wall E” : il loro utilizzo resta un mistero per la maggioranza del pubblico. Per Richard Sapper la Smart è brutto esempio di design. Mario Bellini considera un cattivo design lo spremiagrumi di Philip Stark: è un’opera d’arte, ma non separa il succo dai semini. Per Michele De Lucchi bellezza, bruttezza e cattiveria sono complementari in un’opera di design. Il buon design lo si ricava dalla concorrenza. In questo contesto si incastra la stanza in cui sono esposte macchine della Braun e della Apple. La Braun negli anni ’50 e ’60 realizzò radio, giradischi, ventilatori e rasoi il cui stile pare innovativo ancora oggi. La Apple partì alla fine degli anni ’70 a produrre i primi personal computer. Quelli esposti a Giussano sembrano dei veri e propri ruderi, pur trattandosi di prodotti realizzati una ventina di anni dopo gli innovativi elettrodomestici Braun. Sembra passare un abisso di tempo tra il Macintosh del 1984, il Mac del 1999 e l’Iphone del 2007. In poco più di vent’anni l’azienda Apple sembra essere passata dalla preistoria al futuro. Nel corso degli anni, un’opera geniale ha saputo accostarsi a una bella estetica, per poter raggiungere la qualifica di “buon design”. Come ha spiegato Mario Bellini: «Il buon design è il buon progetto. È qualcosa disegnato bene». L’innovazione, l’impegno per trovare qualcosa che sia bello senza far perdere la sua essenziale utilità. Questo è il buon design. Questo è ciò che la mostra trasmette al visitatore.


Ma.Le.


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12 febbraio 2009

Un ambizioso Lucini rielabora il lutto

Titolo: Solo un padre
Cast: Luca Argentero, Diane Fleri, Claudia Pandolfi, Fabio Troiano, Alessandro Sampaoli, Anna Foglietta, Sara D'amario
Regia: Luca Lucini
Sceneggiatura: Giulia Calenda, Maddalena Ravagli
Genere: Drammatico
Produzione: Italia
Anno: 2008



Il dermatologo trentenne Carlo (Argentero) vive un'esistenza ovattata nella Torino borghese. Deve occuparsi del lavoro, della figlia di un anno Sofia ed ha quindi poco tempo da dedicare a se stesso. Ha degli ottimi colleghi e dei genitori che contengono il suo dolore quotidiano. Carlo ha difatti perso la moglie. Il giovane vedovo incontra per caso Camille (Fleri), una ricercatrice francese giunta in Italia per lavoro. L'estroversa francese riuscirà ad aprire Carlo e a farlo uscire dal dolore nato sia dalla perdita della moglie, sia dalle delusioni tenute chiuse nel cuore.
Luca Lucini è un buon giovane regista italiano. Ha iniziato la sua carriera con il mocciano Tre metri sopra il cielo. Con quel film Lucini si è fatto conoscere al pubblico, con i due successivi ha saputo creare due commedie senza troppe pretese: L'uomo perfetto e Amore, bugie e Calcetto. In questi due film Lucini ha saputo dirigere bravi attori del cinema italiano con semplicità e senza troppe pretese. In Solo un padre Lucini ha provato a entrare nel dramma, nella rielaborazione del lutto. Sulla scia di Caos Calmo di Sandro Veronesi (portato al cinema da Aurelio Grimaldi), le sceneggiatrici Giulia Calenda e Maddalena Ravagli hanno rielaborato il romanzo Le avventure semiserie di un ragazzo padre di Nick Earls. Il progetto è intimista ma ambizioso allo stesso tempo. Lucini prova a cercare di turbare lo spettatore ma non ci riesce del tutto. Ci si trova di fronte il solito trentenne insicuro, che solo alla fine riuscirà a decidere la sua sorte. Argentero è discreto nella sua parte e anche gli altri attori ci mettono impegno. Il dramma non tocca a fondo alcune problematiche solo accennate. Lucini ha voluto staccare dal suo genere. Ci ha provato e gliene deve essere dato atto. Però le sue commedie scherzose sulla vita, pur non essendo capolavori, sono risultate molto più genuine.

Ma.Le.


9 febbraio 2009

La crudeltà e i bambini

Titolo: Io non ho paura
Autore: Niccolò Ammaniti
Anno: 2001
Prezzo: 9,50 €
Casa Editrice: Einaudi



Siamo negli anni '70. In un piccolo borgo dell'Italia Meridionale, un bambino intraprendente vive la sua quotidianità. Michele ha nove anni e gioca con gli amici, subisce rimproveri dai genitori, guida la sua sorellina. Durante un'escursione, Michele trova un bimbo malridotto prigioniero di una buca subito fuori un casolare abbandonato. Questo bambino nasconde un segreto. Ai giochi crudeli dei bambini si aggiunge un orrore ben più grande. Michele dovrà tener nascosto il suo segreto. Genitori e amici iniziano a notare stranezze nel suo comportamento. Il bambino si allontana di casa appena può per trovare l'amico intrappolato nella buca. Quest'ultimo parla in maniera strana, è forse autistico. Michele non capisce la volontà del bambino: dolorori e sconvolgenti passi faranno venire a galla la reale situazione.
Il romanzo Io non ho paura ha avuto un successo clamoroso. Niccolò Ammnaiti è entrato nell'Olimpo degli scrittori più innovativi del panorama italiano. Questo romanzo però trasmette emozioni in totale confusione. La storia è gradevole e pure il suo svolgimento. Con delle buone descrizioni e con dialoghi abbastanza realistici, Ammaniti ci porta nell'infanzia di un bambino della provincia meridionale. Un avventimento sconvolge la vita di un bambino di 9 anni. Ma altri sconvolgimenti ben più gravi dovranno arrivare. Michele Ametrano è il classico bimbo curioso, con amici un po' stereotipati ma intensi nel motrara la crudeltà dei più piccoli. I bambini sono avidi, crudeli, prepotenti e vigliacchi. Gli adulti non sono da meno e Michele lo scoprirà. Il romanzo è scritto in prima persona. Un MIchele adulto ricorda la sua infanzia. Lo fa con un lessico fanciullesco, che riprende un po' quello di Stefano Benni in Saltatempo. Questo è il punto debole del romanzo. L'utilizzo di una grammatica imprecisa e infantile per dare meglio l'idea del protagonista fallisce. Michele scrive da adulto e ricorda il passato: che senso ha farlo scrivere come quando andava alle elementari? Ammaniti parte da un'ottima idea, la elabora discretamente ma con una forma inadatta. Che non rende onore all'emozione della storia.

Ma.Le.


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29 gennaio 2009

Sapore di Brianza ed echi di Lago

La Balada del Balabiott Francesco Magni



E' uscito il nuovo CD di Francesco Magni. Il cantautore brianzolo propone undici canzoni in un doppio percorso. L'album Balada del Balabiott potrebbe essere diviso in due parti. C'è una parte, composta da quattro canzoni, in cui Magni ripropone testi de I Promessi Sposi di Piero Collina riadattati musicalmente. Collina (1910 - 1968) aveva riscritto I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni in dialetto comasco (detto anche laghéé). Il resto del disco riprende il percorso di Scigula, il precedente album di Francesco Magni, con canzoni in dialetto brianzolo. La prima canzone dell'album è Ciapa la ciapa, una filastrocca dedicata all'acqua, bene essenziale per la vita della terra e dell'uomo. La canzone scivola (come acqua) anche grazie ai giochi di chitarra di Franco Parravicini. Le successive quattro tracce sono l'omaggio a Collina e Manzoni. Queste quattro canzoni sembrano un piccolo album nell'album, quasi una storia a parte. Don Abundi, Renzo el passa l'Adda, Ul Barchiroo, Fra' Cristofur ci ricordano alcuni episodi della parte iniziale de I Promessi Sposi. Forse si sarebbe potuto fare un disco a parte, magari con aggiunti i successivi capitoli del capolavoro manzoniano. Forse Magni lo farà in seguito, ma lui da istrione preferisce un'incostanza nei suoi percorsi musicali. I quattro testi di Collina rielaborati dal cantautore sono gradevoli e ci riportano alle atmosfere lacustri del seicento. Una canzone molto apprezzata è Lirom Liram, quasi uno scioglilingua con un testo molto difficile da cantare. Dopo Va' cum'el tira ci sono due omaggi alle donne. Cantando Dona Lumbarda e Marianna del Lach, Magni ricorda le donne di una volta, quelle che avevano un fascino e un senso del fare che oggi è andato perso.

Marianna la pasegia sul vial del so giardin
sul vial del so giardin su la riva de l'acqua
sul vial del s giardin sui rijv del lach
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In Elemènt vengono decantati i quattro elementi: Terra, Acqua, Aria e Fuoco. La prima strofa d questa canzone fa venire in mente El me paes, vecchio pezzo in cui Magni ricordò Capriano, il suo borgo natale in cui il progresso faceva i primi disastri negli anni '70. Lì la terra veniva deturpata, in questa canzone la si celebra nella sua freschezza.

La terra la se ama, che l'è cumè la mama,
che l'è cumè la mama, la terra la se ama


L'album si chiude con Balada del Balabiott, elaborazione di un testo di Enrico Casati. Il termine balabiott tradotto letteralmente come balla-nudo, nel dialetto brianzolo sta per frescone, persona che non sa bene quello che sta facendo. Siamo tutti del balabiott? Forse sì, perchè ci facciamo trasportare dagli eventi senza renderci veramente conto di ciò che ci succede. A completare il lavoro ci sono i cori di Sabrina Olivieri, Stefano Cattaneo, Mario Cattaneo e il contributo prezioso di musicisti di grande valore. Balada del Balabiott è consigliato a tutti: a chi ha un'anima brianzola o comasca e a chi vuole affacciarsi a una terra che, nonostante tutto, preserva il suo fascino delle sue atmosfere.


Ma.Le.


22 gennaio 2009

Poesie di Guido Cavalcanti

Guido Cavalcanti (1255 ca. - 1300)



Guido Cavalcanti

IN UN BOSCHETTO TROVA' PASTURELLA

In un boschetto trova' pasturella
più che la stella - bella, al mi' parere.
Cavelli avea biondetti e ricciutelli,
e gli occhi pien' d'amor, cera rosata;
con sua verghetta pasturav' agnelli;
[di]scalza, di rugiada era bagnata;
cantava come fosse 'namorata:
er' adornata - di tutto piacere.
D'amor la saluta' imantenente
e domandai s'avesse compagnia;
ed ella mi rispose dolzemente
che sola sola per lo bosco gia,
e disse: "Sacci, quando l'augel pia,
allor disia - 'l me' cor drudo avere".
Po' che mi disse di sua condizione
e per lo bosco augelli audìo cantare,
fra me stesso diss' i': "Or è stagione
di questa pasturella gio' pigliare".
Merzé le chiesi sol che di basciare
ed abracciar, se le fosse'n volere.
Per man mi prese, d'amorosa voglia,
e disse che donato m'avea 'l core;
menòmmi sott' una freschetta foglia,
là dov'i' vidi fior' d'ogni colore;
e tanto vi sentìo gioia e dolzore,

che 'l die d'amore - mi pàrea vedere.



Guido Cavalcanti

AVETE 'N VO' LI FIOR' E LA VERDURA


Avete 'n vo' li fior' e la verdura

e ciò che luce od è bello a vedere;

risplende più che sol vostra figura:

chi vo' non vede, ma' non pò valere.


In questo mondo non ha creatura

sì piena di bieltà né di piacere;

e chi d'amor si teme, lu' assicura

vostro bel vis' a tanto 'n sé volere.


Le donne che vi fanno compagnia

assa' mi piaccion per lo vostro amore;

ed i' le prego per lor cortesia.


che qual più può più vi faccia onore

ed aggia cara vostra segnoria,

perché di tutte siete la migliore.


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2 gennaio 2009

La vecchia fantascienza è difficile da riproporre

Titolo: Ultimatum alla Terra
Cast: Keanu Reeves, Jennifer Connelly, Kathy Bates, John Cleese, Jon Hamm, Jaden Smith, Kyle Chandler
Regia: Scott Derrickson
Sceneggiatura: David Scarpa
Genere: Fantascienza
Produzione: USA
Anno: 2008



Titolo: Ultimatum alla Terra
Cast: Michael Rennie, Patricia Neal, Hugh Marlowe, Sam Jaffe, Billy Gray
Regia: Robert Wise
Sceneggiatura: Edmund H. North
Genere: Fantascienza
Produzione: USA
Anno: 1951



Scott Derrickson ha voluto realizzare il remake del vecchio capolavoro di fantascienza Ultimatum alla Terra. L'idea ambiziosa è riuscita solo in parte, fermata dall'inattendibilità dell'epoca storica. Il film originale di Wise partiva dal romanzo di fantascienza Addio al padrone di Harry Bates del 1940.
Il romanzo si svolgeva in un mondo all'alba della Seconda Guerra Mondiale, il primo film in piena Guerra Fredda, il secondo film si colloca ai giorni nostri.
In Addio al padrone di Bates un alieno giunge sulla Terra e minaccia l'umanità con un automa. La minaccia è chiara: "Se l'umanità non uscirà dalla spirale di violenza e guerra sarà distrutta dagli automi". Alieni più evoluti degli umani non possono sopportare che gli esseri di un pianeta portino il loro mondo nel baratro.
Nel film di Wise l'alieno dalle sembianze umane Klaatu (Rennie) arriva sulla terra, atterrando a Washington con un disco volante. Dietro di lui scende dal disco il robot Gort. Klaatu dice di venire in pace, ma viene ferito da dei soldati. Catturato, spiega a un diplomatico statunitense di voler parlare a tutti i leader mondiali alle Nazioni Unite. La sua proposta viene cestinata e quindi decide di fuggire. Intanto in città si sviluppa il panico. Klaatu si finge un rappresentante, conosce una giovane vedova Helen Benson (Neal) e fa amicizia con il figlio Bobby (Gray). Klaatu nasconde la sua identità a tutti, tranne a uno scienziato (Jaffe, truccato alla Einstein). Quando Helen scopre la vera identità dell'alieno, il suo ambizioso spasimante informa le autorità. Klaatu viene ucciso dall'esercito. Il robot Gort si sveglia e inizia a distruggere tutto ciò che trova. Viene fermato da Helen, che dirà la frase aliena indicatagli dall'alieno: "Klaatu, Barada, Nikto!". Gort ridà vita a Klaatu. Questo, prima di lasciare la terra, lancia il suo ultimatum: "Nei pianeti più evoluti gli abitanti si sono creati degli automi come Gort, che distruggono tutto appena scoppia una violenza. In questo modo le guerre sono scongiurate". Se la terra dovesse precipitare nel baratro, i Gort interverrebbero. L'umanità è avvisata e Klaatu torna sul suo disco e lascia il pianeta.
In Ultimatum alla Terra del 2008, Klaatu penetra nel corpo di uno scalatore degli anni '20 (Reeves), per poi ripresentarsi nel presente uscendo da un UFO sferico. Anche qui viene seguito da un minaccioso enorme robot e ferito dai soldati. Rinchiuso in un carcere americano viene interrogato dalla segretaria alla difesa (Bates). La richiesta di Klaatu è la solita: poter parlare a tutti i leader mondiali. La politica rifiuta ogni richiesta dell'alieno e questi è costretto a fuggire con l'aiuto della scienziata Helen Benson (Connelly). Klaatu fugge con Helen e il suo figliastro Jacob (Smith). I tre incontrano uno scienziato premio Nobel (Cleese) e sentiamo Klaatu annunciare l'inevitabilità della distruzione dell'uomo. E' l'uomo a mettere in pericolo la Terra, quindi bisogna salvare tutte le altre specie e distruggere l'unica dannosa. Intanto il robot automa inizia a distruggere tutto ciò che trova. Vengono salvate solo alcuni esseri di ogni specie animale e vegetale. L'umanità sta per essere distrutta, ma Klaatu decide che forse una salvezza c'è: ripartire da zero. L'umanità resta senza più elettricità e senza più nessuna teconologia, mentre Klaatu riparte per lo spazio.
Se il romanzo e il primo film avevano una collocazione storica che ben si addiceva al racconto, per il film di Derrickson non è così. Nel 2008 la Terra non ha gli occhi su un baratro come quello reale del 1940 o quello possibile del 1951. Ultimatum alla Terra aggiunge nuovi effetti speciali e una visione pacifista ambientalista rispetto al film del 1951. Ma questo non basta. La parabola ambientalista non colpisce a sufficienza come quella pacifista. L'alieno Klaatu dell'ultimo film è più vendicativo e convinto della colpevolezza umana. Lo sguardo d'acciaio di Reeves può essere credibile, ma la figura più paterna di Rennie fa preferire un Klaatu che vuole conoscere l'uomo nel profondo, prima di decidere di distruggerlo. Nel film del 1951 le armi atomiche potevano mettere in serio pericolo gli alieni, come pure una guerra mondiale. Anche l'inquinamento del cosmo è pure una grave minaccia per tutti noi. Però per affrontarla servirebbero alieni più "umani", come quello visto in Ultimatum alla Terra di Rober Wise. Il film di Wise aveva al suo interno una propaganda benefica. All'epoca fu accusato dagli ambienti repubblicani di filocomunismo, anche perchè le figure di destra sono ridicolizzate nel film. Oggi però la sua propaganda pacifisti risulta genuina. Nel film di Derrickson l'ambientalismo è senz'altro attuale e positivo. Ma la storia ha diverse incongruenze e sarebbe potuta essere girata meglio. E per finire, tutti i fan della fantascienza saranno delusi: né Reeves, né la Connelly pronuciano la mitica frase "Klaatu, Barada, Nikto!".

Ma.Le.


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