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  ilMaLe Non c'è giustizia senza libertà. Il blog di Leonardo Marzorati.
 
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PATRIA

 


3 marzo 2017

Una brutta troia

Carpofora pensava di essere brutta come il suo nome di battesimo. Si sbagliava. Lei era brutta, il suo nome no. Al massimo era brutta come il fungo omonimo. Carpofora era il retaggio lombardo del suo borgo sperduto nella Val d'Intelvi. Dal santo comasco morto martire, al pittore ticinese Tencalla, in diversi non si erano vergognati di portarne il nome. Altri tempi forse, sta di fatto che la nostra Carpofora soffriva, oltre che per il suo aspetto sgraziato, anche per quelle nove lettere presenti su qualunque suo documento personale.

Odiava i suoi occhi sottili. Erano l'esatto opposto ai canoni di bellezza della sua epoca. Nemmeno il colore verde dell'iride risaltava uno sguardo perlopiù spento. D'estate copriva tutto con pesanti occhiali da sole a lenti scure. D'inverno doveva accontentarsi dei suoi occhiali da vista con montatura spessa e nera. Brutti occhiali potevano forse nascondere brutti occhi. La sua miopia era forse un vantaggio in questo. Alta non più di un metro e sessanta, il suo lineare corpo non poteva eccitare nessuno. Non aveva seno e il sedere si muoveva tra la folla nel più perfetto anonimato.

Sola e prossima ai trent'anni, conviveva con una ragazza decisamente più carina di lei, in un modesto appartamento non molto distante da viale Brianza. Ornella, questo il nome della sua coinquilina, in tre anni di convivenza aveva portato in casa, presentandoli a Carpofora, almeno una decina di boyfriend. Si era trattato quasi sempre di storie fugaci, anche se un paio di volte le frequentazioni si erano protratte per un paio di mesi. Non era certo una ragazza da storie serie Ornella. Chi invece di ragazzi non ne aveva presentato nemmeno uno era Carpofora. Far entrare un ragazzo in casa, per poterlo presentare a Ornella, divenne un'ambizione disturbante. In diverse occasioni si era ritrovata a tarda sera sdraiata sul letto, intenta a rigirarsi con la testa sotto il cuscino, mentre fantasticava di possibili spasimanti raccattati chissà dove e condotti nella sua dimora. Si sentiva più appagata nel momento in cui rimuginava sulla presentazione da introdurre all'amica, che non quando soffermava i suoi pensieri al momento in cui si sarebbe ritrovata a giacere con un uomo nel suo letto. Come ci insegna la musicista, è difficile riuscire a dormire con il cuore spezzato. Voleva uscire da questa spirale di autocommiserazione e frustrazione. Se Dio mi ha creata cessa, pensava, avrà avuto i suoi buoni motivi. Carpofora finiva spesso per masturbarsi tra le lacrime. Poteva però farla nascere in un'altra epoca storica. Invece no! Fu concepita in un tiepido inverno degli anni ottanta del ventesimo secolo.


Qualcuno che avesse voglia di passare dei momenti di seduzione con Carpofora c'era? La ragazza continuava a domandarselo, facendosi del male, essendo di indole psicologica debole e troppo presa nel confrontare il proprio ego, senza dare troppa attenzione a tutto ciò che le stava intorno.

Decise così di mettersi abiti succinti, quantomeno i più provocanti che aveva, e di restare ferma per qualche ora in una calda serata di fine agosto sul ciglio della strada di viale Abruzzi. Con tutte le prostitute che bazzicavano il viale a quelle ore, qualcuno l'avrebbe senz'altro contattata.

Sistematasi sul lato interno della strada, fingeva interesse nel suo vecchio cellulare, mentre teneva la schiena appoggiata al palo di un cartello stradale. Di tanto in tanto giocherellava con la sua borsetta di Hello Kitty, giusto per dare l'idea a chi passava di essere in fase di tedio e di voler vedere qualche auto fermarsi. Vide una berlina fermarsi cento metri più avanti, dove una sua più esperta “collega” era in attesa sul ciglio come lei. Dopo una veloce discussione, probabilmente sul prezzo, la ragazza, una slava di qualche anno più giovane di Carpofora, salì sull'auto. Chi guidava la berlina non poteva essersi non accorto di Carpofora. Eppure aveva proseguito dritto, fermandosi solo cento metri più avanti da un'altra.

Era trascorsa circa mezz'ora quando passò un curioso tizio in bici. Quarantenne con una barba brizzolata decisamente non curata, indossava una camicia hawaiana e un cappello contadino di paglia. La guardò con leggera incredulità, come a pensare: ma questa racchia è una mignotta? Rallentò, frenò e poggiato il piede destro sul marciapiede si girò guardando la ragazza. «Scusa la domanda, ma quanto chiedi?» «No, guarda che sto aspettando un'amica» «Fai attenzione a farlo su questo viale. Ti potrebbero scambiare per una puttana». Probabilmente usò il termine “puttana” per compassione. Fu una sorta di complimento, per quanto falso. A Carpofora tutto sommato fece piacere.

Passò più di un'ora prima che un'auto si fermasse. Un uomo al volante di un'utilitaria accostò davanti a lei. Dal finestrino abbassato Carpoforà fissò un sessantenne dalle guance rossastre e un riporto di capelli bianchi ben curato. La domanda fu la più scontata e la ragazza improvvisò una cifra. Cinquanta euro. Forse l'ometto si aspettava qualcosa di meno, difatti fece ripartire il mezzo e proseguì. Carpofora pensò di abbassare il suo prezzario.

A un magrebino in motorino propose trenta euro. Doveva andargli bene, poiché le disse di salire sul suo ciclomotore. Carpofora accettò. Non pensò molto alle conseguenze della sua scelta. Ormai era in gioco e tanto valeva giocare. Sicuramente non avrebbe presentato questo ragazzo a Ornella. Dimostrava qualche anno sopra i trenta e nonostante le pesanti spruzzate di profumo, aveva addosso un sentore di cibo fritto. Teneva i capelli impiastrati di gel e stirati all'indietro, portava una maglietta non ufficiale dell'Inter e un paio di bermuda colorati. Secondo Carpofora questo abbigliamento non si addiceva a un maniaco, quindi non si preoccupò più di tanto della sua scelta. Decise comunque di chiedere al suo “cliente” dove la stesse portando. «Dietro Porta Vittoria. Lì è un posto sicuro. Mi chiamo Ahmed e vengo dall'Egitto». Carpofora si presentò. Dopo pochi minuti arrivarono a destinazione. Ahmed parcheggiò il suo motorino, preoccupandosi di bloccare con un catenaccio la ruota posteriore. Questo attaccamento al suo mezzo di trasportò sollevò ancora maggiormente Carpofora. Non era di certo attratta da quello straniero, ma le faceva troppo piacere vedere che qualcuno era addirittura disposto a spendere dei soldi per fare del sesso con lei, che recitò la sua parte fino in fondo. Ahmed le diede i trenta euro e la ragazza li mise subito nella borsetta. Camminarono fino al terreno incolto che copriva la stazione sotterranea del passante ferroviario. Carpofora estrasse dalla borsa un preservativo: alla fine sapeva che se si fosse presentata la situazione, avrebbe ceduto. Si limitò a un'orale e a uno smorzacandela. Il ragazzo ci mise poco a raggiungere l'orgasmo. Si stava rivestendo, quando le chiese: «Ridammi i soldi, non mi hai dato il culo». Un forte brivido percorse la schiena della ragazza. «Ma tesoro, ho fatto tutto quello che volevi.» «Ti avevo detto anche nel culo, ma non me l'hai dato. Ora rivoglio i soldi.» Il ragazzo le diede uno spintone che la fece cadere. Afferrò la borsa e sfilò i soldi che pochi minuti prima le aveva dato. Non si fermò a quelli. Aprì anche il portafogli. Carpofora cercò di rialzarsi per bloccarlo, ma si beccò solo un pugno e ricadde a terra. «Chiamo il mio protettore – vaneggiò tra le lacrime – ti ammazza.» «Zitta puttana» e le tirò un calcio nel ventre, mentre lei era ancora a terra. Per sua sfortuna il ragazzo trovò solo altre quindici euro. Se le mise in tasca, poi sollevò la testa di Carpofora tirandola per i capelli. «So dove lavori, se lo dici a qualcuno ti ammazzo.» Le diede uno schiaffone e la fece ruzzolare nell'erba. Mentre se ne tornava al motorino le urlò: «Fai schifo, sei brutta e scopi di merda. Puttana».

Carpofora rimase a terra tra le lacrime per qualche minuto. Ebbe dei conati di vomito ma non rigettò nulla. Si rialzò e cercò di tornare a casa a piedi. Non avrebbe detto nulla a nessuno. Sicuramente nome e nazione d'origine erano false. La targa del motorino non la ricordava e nemmeno il modello. Dopo qualche metro di strada vomitò. Mentre cercava di ripulirsi la bocca con il suo fazzoletto cercava di farsi forza. In fin dei conti qualcuno l'aveva desiderata e posseduta.


6 febbraio 2012

CAPITOLO XXXIV

Siamo democratici

Incontro tra il ministro degli interni Ruggero Riva e il commissario alla sicurezza Federica Calvani. 21 dicembre 2040.

R: - Sai Calvani, ho parlato con questore e alcuni gruppi delle Divise Verdi. C’è la possibilità di incriminare un po’ di gente e mandarla in Valfurva. Anche loro nel Ca.Mi.No. Pusher, comunisti, ex magistrati che ci hanno messo i bastoni fra le ruote. Li spediamo tutti là. Marzorati secondo te può essere dalla nostra?

C: - Dalla nostra: ma quanti siete?

R: - Tanti. Sezioni locali, esponenti della destra del Fronte. Ma anche a sinistra avrei consensi. Zanardi, Sacco, Pietrosanti. Loro dovrebbero starci tutti. Dobbiamo chiudere subito baracca con certa gente. Si fa una legge speciale o anche no. I rom al massimo li facciamo sparire. Non se ne accorgerebbe nessuno. Certo, dobbiamo coprire alla Chiesa, ma ci può stare. Io e il generale Anselmi.

C: - Guarda che siamo una democrazia europea. Ti metti d’accordo con un generale scavalcando il governo? Sei appena stato nominato ministro e già parti per la tangente.

R: - Il colpo di mano ormai serve. Siamo uno Stato indipendente. Facciamo come cazzo ci pare. Ci hanno votato proprio perché non ne potevano più di certa burocrazia. L’Italia era così. Ora ci siamo levati quella palla al piede. Cazzo, agiamo di nostro. Certo, il pres va sentito. È lui il capo: su questo tutti d’accordo. Farebbe comodo anche a lui. Prove certe, magistrati seri dalla nostra e polizia che ce li leva di mezzo. Non servirebbe nemmeno il supporto delle Divise Verdi. Ovviamente anche loro saranno dei nostri, però faccio notare che non saranno così essenziali come vorrebbero.

C: - Sei sicuro di avere tutti questi apporti? Se sei sicuro, va bene. Altrimenti valuterei. Anche su come trattare con le Divise Verdi.

R: - Quelli sbraitano a livello politico. Fanno bene il loro, per carità. Ma se si parla di azione giudiziaria, qui serve il pugno della polizia e del nostro ministero. Marzorati starà dalla nostra, non dalla loro. Farà buon viso a cattivo gioco, ma alla fine darà ragione a noi.

C: - Noi: noi chi? Anche qui al ministero non so quanti possano essere con te. Ci sono partiti compromessi. O si fanno partire le Divise Verdi in un’azione pesante o nulla. Sempre sotto l’egida direzione del nostro capo.

R: - Lo sento tra un attimo. Mi darà ragione. Qui si rischia di diventare una piccola Italia. Serve azione e voglia di un cambiamento immediato. Abbiamo fatto una rivoluzione, terminiamola nel modo migliore.

C: - Facendo sparire i possibili nemici.

R: - Brava ragazza! Non ci saranno mica spargimenti di sangue, solo un po’ di feccia fuori dalle palle. Vado a sentire il pres.

Rimasta sola, Calvani chiamo dall’I-Phone Marzorati.

C: - Buongiorno Presidente, ho appena parlato con Riva.

M: - Che ha in mente?

C: - Vorrebbe far fuori un po’ di gente.

M: - Deportarli in Valfurva, vero?

C: - Già.

M: - È un ex leghista, bisogna capirlo. Vuole forzare i tempi senza curarsi dell’opinione europea e internazionale. Il problema è che ha consensi. E pure la sua idea non è campata in aria: meno gentaglia in giro sarebbe un bene per tutti. Ma adesso dobbiamo stare cauti, anche per non perdere i consensi dei più moderati, della Curia e degli industriali.

C: - Concordo, come intende agire?

M: - Secondo me, tu ragazza lo sai. Saresti un’ottima ministro. Riva lo mando in televisione a scaldare gli animi. Nei talk show e nelle piazze, ma non al governo. In fin dei conti anche te vieni dalla Lega.

C: - Ero una ragazzina.

M: - Va benissimo. Cercherò di convincere Riva ad assumere qualche altro incarico. Tipo vicepresidente del Fronte. Non ce l’abbiamo. È uno tosto, cercherò di ammorbidirlo. Anche te mettici del tuo.

C: - Io posso fare del mio meglio. Agisco per il bene del nostro Paese.

M: - Giusto. Sei ancora giovane e attraente. Riva è scaltro, ma ha anche debolezze. Mi fido di te. Hai armi che io non ho. Il futuro del glorioso popolo lombardo è nelle tue mani.

C: - Più che nelle mie mani in qualcos’altro.

M: - Cos’è questo linguaggio da caserma. Brava! È lo spirito adatto. Queste sono le quote rosa che mi piacciono. Sii concreta e presto passerai di grado.

C: - La ringrazio della fiducia presidente.

M: - Dammi del tu. Non te l’avevo già detto?

C: - D’accordo. Buona giornata pres.

M: - Ciao ragazza. Me racumandi.




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19 agosto 2011

Rapporto con la donna

CAPITOLO XXXIII

I rapporti tra Marzorati e Sandy si limitavano alle apparizioni pubbliche. Niente li legava più. Gli affetti reciproci, se mai c’erano stati, erano scomparsi del tutto. Nel Fronte non pochi valutavano opinabile la protrazione della relazione. Il presidente avrebbe potuto trovarsi una nuova compagna, più giovane e più accondiscendente. Il fascino esterofilo della compagna messicana era uno dei pallini di Marzorati. In fondo amava l’immagine di donna approfittatrice: rendeva forza alla sua concezione misogina. Il rapporto con le donne è stata una delle pagine più controverse del politico lombardo. Non perdeva occasione per mostrare pubblicamente il suo affetto sociale per le donne. Nei talk show, nei saggi, nei discorsi pubblici la donna veniva riverita di ossequi e osannata. Donne occupavano posti di rilievo in banche, municipalizzate, industrie, enti pubblici e cariche politiche. Anche Sandy era stata promossa, tra borbottii generali, alla carica di viceministro degli esteri e poi ministro degli affari sociali. La coppia era a aperta. Marzorati aveva le sue tresche, Sandy idem. Tutti nel Fronte lo sapevano. Qualcuno sopportava di malavoglia, ma la maggior parte degli esponenti non dava peso alla vita privata del presidente. Marzorati aveva rotto con l’immagine della donna oggetto lanciata C’era stato un figlio (Juan Ambrogio), riconosciuto tramite test del DNA. Era nato quando entrambi i genitori avevano passato i quarant’anni e aveva sempre vissuto con la madre.

- Cara con chi esci stasera?

- Fatti miei. Oggi non ci sono cerimonie. Vado a godermi la vita. Cosa che tu non sai fare.

- Vizi borghesi, sai che non fanno per me. Sono rimasto fedele al popolo e alla vita austera di chi è al potere non per gli interessi suoi, ma degli altri.

- Ha parlato Gesù Cristo.

- Sfotti, intanto hai ottenuto cariche pubbliche grazie a me.

- Nel Fronte ho tanti che apprezzano le mie capacità. All’estero fai bella figura grazie a me. Lo sai. Poi ti voglio ancora un po’ bene, altrimenti me ne sarei già andata. Ci sono industriali, politici, advisor che mi prenderebbero al loro fianco.

- Ma quante cazzate riesci a dire. Ma finché vai a scoparti ballerini sudamericani.

- Vedi come sei! Ho mai sindacato per tutte le troie che raccatti. Se lo fa l’uomo si può chiudere un occhio, ma per la donna no. Le si dà subito della puttana. Maschilista.

- Basta con questa cantilena. Esci, vai con chi ti pare. Quello che mi preoccupa è l’immagine del Fronte e dell’amministrazione. Dobbiamo cercare di dare un’immagine di austerità sociale. Tutti, specialmente la compagna del presidente.

- A volte mi chiedo dove tu viva. C’è la Calvani con lo yacht in Liguria grazie all’amichetto, Zanardi che si fa le vacanze in Tailandia e Vietnam con le ragazzine, Sacco con la villa a Bormio. Siamo pieni di gente che si approfitta della posizione politica. Solo te e qualche esaltato che ti segue ciecamente continua a fare la vita da eremita. Sempre in questo palazzo, chiuso come un cane. O qui o nei paesi più sperduti della Lombardia a ricevere le lodi di quattro bifolchi.

- Stai offendendo il popolo lombardo. Faccio finta di non aver sentito, altrimenti ti dovrei far processare da un Tribunale Speciale.

- Va bene, vado. Penso di tornare per domattina. Divertiti.

- Mi guarderò un bel film. Domani c’è un consiglio importante dei ministri. Sai, lavoro.

- Bravo. Buonanotte.

- Anche a te.

Leonardo Marzorati




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11 giugno 2011

La statua

CAPITOLO XXXII

- Una statua?
Era rimasto piuttosto sorpreso il presidente Marzorati all’annuncio, fatto dal Commissario Supervisore alla Cultura, della costruzione di un opera marmorea pronta a celebrarlo.
- Presidente, l’opera in questione è stata votata in consiglio provinciale a palazzo Isimbaldi. Si tratta di affidare a scultori delle nuove avanguardie lombarde il progetto per un’opera celebrativa ma al tempo stesso innovativa sul fronte artistico.
- Cara Scapece, lei è donna d’arte; io uomo di storia. Sa bene però che quando un vivente si vede costruire la propria statua, quasi sempre è un dittatore o un esponente di regime illiberale. Noi siamo la quinta essenza della democrazia. O almeno vogliamo mostrarci per questo. Qui, in Italia e altrove ricomincerebbero a ingiuriarmi dandomi del satrapo. Capisco la spinta innovativa, però…
- Il progetto però è stato votato.
- Sì, si. Per carità. Poi conosco l’assessore De Giorgi. È fatto così: parte con un’idea e la impone. È un bravo ragazzo, brillante. Avrà fatto passare il progetto insieme alla gestione dell’Accademia Artistica e così l’ha spuntata. Fosse per me nessun problema. I nostri oppositori interni, per quanto pochi e scapestrati siano, non aspettano altro. L’opera dove andrebbe a finire?
- Sarebbe da collocare nei giardini di Porta Venezia. Qualcuno ha parlato di piazzetta Feltri. Si parla di una statua non celebrativa ma riflessiva. Altezza non oltre i quattro o cinque metri.
- Riflessiva: tipo io seduto sulla mia poltrona a riflettere sul futuro della nazione.
- Questo poi lo stabiliranno gli artisti selezionati. Poi una commissione voterà. Le dovrebbe essere il presidente di giuria. Pensi ai monti Rushmore negli Stati Uniti o alla statua di Cavallo Pazzo.
- Loro però son morti. Già mi hanno intestato un sacco di vie. Chi li ferma certi sindaci. Ci sono più vie intestate a me che non a Bossi.
- In tutti i capoluoghi di provincia c’è una via Umberto Bossi. Di sue non credo.
- Per forza: rompo le palle ai sindaci. Solo che i paesini mica posso mettermi a visitarli tutti. Quelli così fanno un po’ come cazzo vogliono. D’altronde c’è una legge firmata da me che gli permette la gestione quasi totale dell’arredo urbano. Qualche busto già me lo hanno fatto. Pensi che in un paesino sul lago di Lugano mi hanno addirittura fatto una scultura nelle roccia tipo santuario della Madonna. Un conto è il borgo del Ceresio, un altro è Milano.
- Che devo riferire all’assessore De Giorgi?
- Non so, sarei pure curioso. Però si parla di soldi pubblici. Io ho lanciato appello anche agli enti locali per una politica economica di austerità. E fioccano a destra e manca statue, busti, quadri in enti pubblici. Non parlo della foto d’ufficio, ma di quadri artistici. Il subcaporale versione futurista, quello cubista, quello lucentista o new grunge. Gli artisti, la commissione, l’opera: si parla di un po’ di soldi. Un conto è quando viene fatta da privati. Qui si parla di soldi pubblici. Va bene dare spazio alla cultura, però.
- Forse riescono a trovare banche pronte al finanziamento.
- E che vogliono in cambio?
- Non so, penso si guardi alla Popolare Commercio e Industria o al Credito Padano. Dice che lo farebbero solo per ingraziarsi il governo? Sono tutte gestite da uomini del Fronte. Sgomitano per apparire meglio di fronte a lei.
- Facciamo così: se una banca si fa avanti per accollarsi tutto va bene. Altrimenti niente. Poi valuteremo bene la collocazione e il tipo di opera. Non celebrativa sia chiaro.
- Va bene. Informo subito.
Marzorati spense il suo Phonevideo e navigò cercando news sul progetto della Provincia di Milano. Intanto pensava sconsolata ai livelli alti di servilismo a cui tanti politici del Fronte si vendevano.
 
Leonardo Marzorati




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15 marzo 2011

Nazista io?

CAPITOLO XXXI

Intervista al politologo Enea Caputo di Costanza Lossu pubblicata sul settimanale L’Espresso del 21 luglio 2046

Marzorati è sempre più forte e la vittoria elettorale lo legittima.

Si tratta di una vittoria pilotata. Avversari credibili non ce n’erano. Gli sfidanti sono stati selezionati dallo stesso Fronte Nazionale. Personaggi estremi o poco carismatici, gli sfidanti ideali per permettere a Marzorati di riconfermarsi tramite plebiscito.

Non si può quindi definire la Lombardia una vera e propria democrazia?

No, lo sono in parte. E non tanto per l’assenza di sfidanti all’altezza nelle ultime elezioni. Dopotutto il consenso Marzorati ce l’ha. La maggioranza dei cittadini lombardi è dalla sua parte, non dimentichiamocelo. Si sta però realizzando una dittatura della maggioranza e una sempre maggiore discriminazione delle minoranze. Una discriminazione per gradi. Si è partiti dalle minoranze più mal percepite dall’opinione pubblica, sino a colpire strati sociali o geografici in precedenza immuni da critiche. Siamo di fronte a un crescendo di discrimini.

Continuando così non si rischia di finire in una spira perversa?

Assolutamente. I primi furono i rom. Sono stati deportati. La prima vera deportazione di un popolo in Europa dopo la caduta del nazionalsocialismo. La si è tentata di spacciare come misura straordinaria eccetera, ma di deportazione si tratta. Votata per giunta tramite referendum. Dai rom si è passati agli islamici, alle modeste opposizioni politiche più intransigenti e infine ai meridionali. In queste discriminazioni il Fronte si aggrappa ad altre minoranze scagliandole contro le più deboli. Ma queste minoranze prezzolate rischiano in futuro di diventare il nuovo capro espiatorio, quindi alcuni che ora fanno parte della maggioranza, domani potrebbero finire tra i “nemici” del sistema. In alcuni casi si comprano persone di fiducia tra le minoranze per utilizzarle contro i loro simili. I nazisti con i kapò facevano un qualcosa di simile.

Sta continuando a fare paragoni tra il nazismo e il regime di Milano. Non crede di esagerare?

Affatto. Non sto dicendo che Marzorati sia il nuovo Hitler. È chiaro che i crimini del nazismo per fortuna sono lontanissimi. Ma certi metodi repressivi del nuovo potere lombardo non sono così diversi da quelli della Germania nazista. Anche il nazismo ebbe consensi enormi. Il popolo tedesco pagò con sensi di colpa altissimi l’essersi infilati in quel vicolo buio e cieco. Lo stesse potrebbe succedere ai lombardi: la storia qui non è stata maestra di vita.

Lei ha definito Marzorati uno straordinario mistificatore. Qualcun altro lo ha definito “un piccolo Mussolini subalpino”. Chi è veramente il presidente della Lombardia?

È un uomo che ha cavalcato un’onda. In un periodo di crisi economica, in un’Italia con l’economia a terra, questo attento osservatore dei fatti ha saputo, prima e meglio di altri, conquistare il consenso scavando nei peggiori retaggi della popolazione. È partito con il tema delle tasse e del nord penalizzato per colpa del sud. Dopo l’indipendenza del Triveneto ha buttato benzina sul fuoco della secessione. Infine, per entrare nei cuori degli strati più deboli e più ignoranti della regione, ha aizzato campagne d’odio contro rom, immigrati e meridionali. Il paragone con Mussolini ci può stare. Entrambi nascono a sinistra e finiscono a destra per puro opportunismo e brama di potere. Hanno stili diversi, ma il loro percorso politico ha punti in comune. Nel Fronte, come nel vecchio PNF, c’è di tutto: ex comunisti, socialisti, ambientalisti, leghisti, berlusconiani, laicisti, cattolici tradizionalisti, ambientalisti, liberisti, sindacalisti e perfino nazionalisti italiani che ci hanno ripensato.

Il filo che li accomuna è uno solo: Marzorati. Il suo carisma è fuori discussione.

Sì, senz’altro è un personaggio che suscita interesse. Un mediocre scrittore e giornalista di sinistra (ma anche lì ci sono voci discordanti sul suo passato) divenuto acceso nazionalista del suo piccolo mondo. Si contraddice ogni giorno, eppure riesce a tenere saldamente le redini del suo impero.

In che senso si contraddice?

Basti pensare alla politica economica. Fino a tre anni fa parlava di socialismo lombardo, aveva come ministro del lavoro un ex sindacalista della Cgil e fece votare una legge per l’obbligo di riassunzione dei precari non riassunti da aziende in forte attivo. Oggi, per conquistare i consensi della grande industria e del mondo bancario (da sempre diffidenti sulla scelta indipendentista) promuove la politica liberista del ministro Anzani. Anche con la Chiesa ha avuto posizioni totalmente differenti. Prima dell’indipendenza raccoglieva firme per le adozioni omosessuali, oggi abbiamo la Chiesa Cattolica religione di stato. La stessa corrente cattolica del Fronte si fa sempre più forte. È un uomo carismatico, ma non detta del tutto la linea. Guarda scrupolosamente sondaggi e analisi sull’opinione pubblica e ne è un po’ servo. Comanda sapendo chi deve comandare. Questo binomio rende i due attori (Marzorati e il suo popolo) vincolati gli uni agli altri.

Su alcune questioni, lotta al terrorismo e mafia, ha mostrato degli apprezzamenti nei confronti dell’amministrazione lombarda.

Sì, ma solo in parte. Per quanto riguarda la lotta al terrorismo Marzorati ha sparato nel mucchio. Le intenzioni di partenza erano buone, anche per quanto riguarda la politica estera. L’aver rafforzato le amicizie con quei paesi a maggioranza islamica che rispettano, almeno alcuni, diritti umani è senz’altro un punto a suo favore. Poi però l’ottusità sua e di alcuni suoi ministri ha messo pure in crisi alcuni di questi rapporti. Arresti a casaccio, espulsioni immediate sono misure che colpiscono l’opinione pubblica a livello di propaganda ma non fanno bene. Sicuramente l’attentato del ’42 ha alimentato il clima di odio e diffidenza verso l’islam. Anche qui, seppur sinceramente, il governo ha cavalcato l’onda. Il metodo israeliano ha funzionato, ma ha allontanato la Lombardia da diversi paesi. Per quanto riguarda il discorso mafia va registrata la concreta voglia di eliminare questa piaga. Marzorati ha dato pieno sostegno a magistrati valorosi e di questo gliene va dato atto. Anche qui però ci sono stati effetti collaterali. Dalla lotta alla mafia si è passati alla caccia al meridionale. Ogni problematica interna alla Lombardia finisce per alimentare propagande xenofobe e miopi.

Marzorati nelle sue politiche di giustizia e legalità pone sempre un paragone con l’Italia. Chi la spunta?

Se si guardano i risultati un analista superficiale direbbe per forza Marzorati. Il leader lombardo ha saputo sapientemente rompere con l’illegalità diffusa del Sistema Italia. La sua retorica di rottura con il berlusconismo e i partiti italiani è vincente, anche se poi nel Fronte troviamo tutto e il contrario di tutto. Quello che andrebbe sottolineato è la debolezza dell’Italia e dei suoi ultimi governi nel rapportarsi con la Lombardia. Specialmente il governo di sinistra. La sinistra, sia per l’indipendenza del Triveneto che per quella della Lombardia, ha fatto buon viso a cattivo gioco. Quelle zone, a livello politico, erano una zavorra per la sinistra italiana. Lì aveva consensi molto bassi. Pure le sinistre locali, si veda lo stesso Marzorati, erano distanti e spinte autonomiste in netto contrasto. Perdendo buona parte del Nord, la sinistra italiana ha aumentato i suoi consensi a livello globale nella penisola. Le ultime elezioni lo dimostrano. La sinistra italiana ha abbandonato il Nord e di questo deve risponderne alla storia.

Leonardo Marzorati




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25 gennaio 2011

E chi sono io, Andreotti?

CAPITOLO XXX

- Vede Presidente, il nostro partito vorrebbe maggiore considerazione. Sembra che le nostre scelte diano fastidio.
- Quali scelte?
- Riproporre riduzioni di imposte per le cliniche private.
- Alt. Il Consiglio si è già espresso. La mia amministrazione si è sempre schierata per la sanità pubblica. Quindi non voglio storie. Salute, istruzione e trasporti in Lombardia sono dei cittadini. Come in Svizzera, in Danimarca o in Norvegia. Se le vostre proposte non passano neanche nelle commissioni dovete farvene una ragione.
- I valori cristiani sembrano messi in crisi.
- Ma da chi?
- Da alcuni esponenti interni al Fronte. Di fazioni, diciamo laiciste.
- Lei mi sembra un attento osservatore della politica. Le pare che le calunnie di giornalisti o nemici della nostra Nazione siano da prendere in considerazione?
- Per carità. Mi riferisco a slogan non proprio cristiani. Per carità, il Fronte è aperto a tutti, ma mi pare che le voci cattoliche siano state un po’ zittite.
- Alzate la voce. In Consiglio, dove avete un buon numero di eletti. Nelle amministrazioni locali. Fatevi sentire. Abbiamo garantito l’8 per mille, dato sostanziosi aiuti a missioni e strutture della Chiesa. L’eutanasia non è passata per scelte vostre. Idem la nuova legge sulle droghe. Siamo in democrazia. Il suo partito ha raccolto in proporzione a quanto seminato.
- Poi ci sarebbero le questioni locali.
- Sentiamo.
- A Pavia, la candidatura di Grassi non è proprio in linea con la nostra visione. Abbiamo anche un nome. Giorgio Tavolieri.
- Sta nel consiglio provinciale, se non sbaglio.
- Esatto. Lui sarebbe l’uomo giusto. Divise Verdi locali, tutta la corrente socialista e pure quelli di Lombardia Nostra hanno il paraocchi.
- E io, secondo lei, dovrei stoppare una candidatura riconosciuta dalla maggioranza del Fronte Pavese, per mettere un uomo che solo il suo partito, da quello che sento, appoggia? Ma chi sono, un dittatore?
- No, chiediamo solo che vengano valutate entrambe le candidature. Il nostro partito viene sempre penalizzato. È successo anche nei casi di Rho, Insubria e Brescia. Abbiamo, a livello nazionale, discrete percentuali.
- Il Fronte Nazionale, lo ripeto in decine di comizi, è un garante dello sviluppo sociale, culturale, economico e politico del Paese. È normale che ci siano visioni diverse. I tanti partiti, forse troppi, che vi sono all’interno parlano chiaro. Volete candidare il vostro uomo? Bene, fatelo. Si presenta contro Grassi e chi vince governa.
- Così sarebbe dura per noi.
- E che volete che le dica: è la democrazia.
- Qualcuno, tra i più radicali dei miei, potrebbe votare contro delle leggi.
- Che leggi?
- Gestione delle carceri, apertura d’impresa e, soprattutto, abolizione delle scuole private.
- In democrazia si deve aver a che fare anche con questo: ricatti. Ma sappiano i vostri consiglieri, che non sono ancora sufficienti per bloccare certe decisioni. Si può discutere su modifiche, ma non amo perdere tempo in cavilli. Su Pavia penso che la partita sia chiusa, se volete guardiamo ad altre parti.
- Voghera.
- Te pareva. Va bene, dai. Lì chi avete?
- Tavolieri.
- Ancora lui. Questo una poltrona la deve avere per forza, eh? Ma di dov’è precisamente?
- Di un piccolo borgo dell’Oltrepo.
- E volevate mandarlo a Pavia? Sapere che non amo chi governa lontano dalla sua terra. Mettiamolo lì. Anche se dovrò litigare con altra gente. A Pavia decidete voi che fare.
- Andremo da soli, credo.
- Bene. Spero che le possa andare bene.
- Accettiamo, poi sulle leggi citate valuteremo. Ci sarebbero anche altre perplessità.
- Sì, immagino, ma ora sono davvero in ritardo per una nuova manifestazione. Devo essere a San Donato tra non molto. Va bene dai, la ringrazio della visita, a presto.
- Buona giornata Presidente.
- Buona giornata anche a lei.
E così il sub caporale Marzorati liquidò il segretario del Partito Nazionalconservatore Daniele Enna.

Tra sé e sé disse: - Che palle, mi sembra di essere un vecchio politicante democristiano.

Leonardo Marzorati




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21 gennaio 2011

Scappa nemico!

CAPITOLO XXIX

A.N. aveva avuto diversi diverbi con Marzorati. Prima ancora di vederlo entrare in politica. Erano i tempi in cui il futuro presidente della Lombardia lavorava nelle redazioni. Troppo diversi tra loro. A.N. era rigido, non certo simpatico, troppo serioso nel lavoro. Qualcuno lo accusava di servilismo. Preferiva stare sulle sue e fu normale per lui scontrarsi con Marzorati, con il suo mai prendersi sul serio, con le sue provocazioni e con quella sua saccenteria raffinata. Finì a insulti. Passarono gli anni e le loro vite si incrociarono di nuovo.
Lavorava ancora a Milano A.N.. Ostile all’indipendenza lombarda, voleva tornare nella sua Sicilia, ma il lavoro lo tratteneva nel nuovo stato. Una sera si presentarono all’uscio due ufficiali delle Divise Verdi?
- Signor N.?
- Sì, sono io.
- Dobbiamo farle delle domande.
- Avete un mandato?
- Per fare domande non serve nessun mandato. Mica le vogliamo mettere soqquadro la casa. Nasconde qualcosa?
- Come?
- Le ho chiesto se nasconde qualcosa? Era una battuta. E sì che voi del sud Italia dovreste essere famosi per il senso dell’umorismo. Non mi pare il suo caso. Lei è di origine siciliana, si sente lombardo?
- Vivo e lavoro qui. Mi trovo bene in Lombardia.
- Ha sostenuto attivamente o ha comunque visto di buon occhio la Liberazione della Lombardia?
- Non capisco il senso delle domande, posso chiedervi perché me le fate?
- Perché abbiamo avuto informazioni che la riguardano. In passato lei attaccò l’indipendentismo lombardo e insultò la terra che ora la ospita.
- Assolutamente no: non ho mai offeso questa terra. Non ho mai espresso opinioni politiche in pubblico.
- Può darsi. In privato però ha offeso la Lombardia. A noi risulta. Sta tremando? È solo un colloquio informale il nostro. Stiamo semplicemente indagando su possibili atti sovversivi di estremisti legati all’unionismo. Gente disposta anche ad azioni violenze contro la popolazione civile. Prevenire è meglio che curare. Nega le accuse?
- Io non ho preso parte a nessuna iniziativa politica. Non faccio parte di nessun gruppo. Voglio solo vivere la mia vita. Chi mi accusa?
- Provi a immaginare. Uno è il presidente in persona. Ce ne sono altri non esposti pubblicamente che, per ovvie ragioni di privacy, resteranno anonimi. Le converrò contattare un avvocato.
- Io qui lavoro e vivo. Con Marzorati ho avuto a che fare, ma sono passati anni. Ora qui mi trovo bene, specialmente dopo l’indipendenza della Lombardia.
- La descrivono bene: un leccaculo. Cereda, dici che questo sta cercando di ingannarci?
- Ingannarvi io?
- Io dico di sì. Guardalo. Trema, ha qualcosa da nascondere senz’altro. In passato ha offeso e screditato il nostro presidente, ora vuole spacciarsi per un suo sostenitore.
- Sono d’accordo con te. Questo signore è molto probabilmente un sovversivo, un fanatico. Presto le arriverà un avviso dal Tribunale e molto probabilmente un mandato di perquisizione.
- Io non ho fatto niente. Se vi hanno detto cose riguardanti le mie posizioni politiche sono certo che si sono sbagliati.
- Anche il presidente si è sbagliato?
- Forse non ricorda bene, ma non ho mai espresso giudizi critici sulla Lombardia. Lo giuro.
- Va bene, lo spiegherà al magistrato. Arrivederci, perché ci rivedremo presto.
Le due Divise se ne andarono e A.N., rientrato nel suo appartamento, iniziò a insultare Marzorati. Era stato quel bastardo. Si voleva vendicare degli screzi passati. Infame. Non poteva nemmeno chiamare in Sicilia per dire quello che era successo: il telefono era senz’altro sotto controllo. Anche vedere amici era rischioso: lo avrebbero pedinato. Che fare? Quel figlio di puttana di Marzorati sarebbe stato capace di ogni cosa pur di fargliela pagare. Tornare in Italia? Sì, era l’unica soluzione.
Lo avrebbero seguito da subito? Non aveva ancora accuse. Forse erano sotto casa ad aspettarlo. Avrebbero fatto di tutto per mandarlo in galera. Prese il cellulare e chiamò una sua carissima amica. Si sentiva braccato, seguito. Mentre cercava di raggiungere l’amica in un posto segreto pensò che forse avevano contattato anche lei. Se così, non avrebbe dovuto fidarsi nemmeno di lei. Era terrorizzato.
L’amica cercò di tranquillizzarlo.
- Stai calmo. Se non hai fatto nulla che hai da temere? Siamo sempre in una democrazia, anche se certe cose non mi piacciono. Non hanno mai fatto nulla a gente che non centra con tutti i disordini o gli attentati. Ti conosco troppo bene.
- Sai bene il motivo della visita: Marzorati. È lui che mi vuol colpire. Sarà ancora carico di risentimenti. È pazzo. Basta sentire certi discorsi che fa in pubblico. Forse avrei dovuto lasciare la Lombardia già da tempo. Ma qui ho il lavoro, i pochi amici rimasti.
- Allora resta qua. Dove vorresti andare: in Italia?
Non si fidava più nemmeno di lei.
- Non lo so. Mi sento braccato. Lui è al potere e i suoi possono prelevarmi ovunque. Ora torno a casa e rifletto bene sul da farsi.
Lei gli diede consigli su come comportarsi in caso di nuove visite delle Divise Verdi o di convocazione al Tribunale. Lui la salutò con un abbraccio. Dal suo I-Net controllò i treni in partenza. Acquisto un biglietto per il treno notturno Milano-Firenze. Mentre era in metropolitana spostò buona parte dei suoi risparmi dal conto della Banca Popolare Alpina a quello del Banco Roma che aveva aperto in passato durante un viaggio al paese. Non si era fidato di tenere tutto in Lombardia.
Arrivato in Stazione Centrale andò alla macchina dei ticket a prelevare il biglietto. Aveva appena digitato il codice quando fu affiancato da un uomo e una donna in borghese. Le domande le fece la donna. Sui quarantacinque anni, piuttosto robusto e non particolarmente attraente, aldilà degli abiti dismessi dava tutta l’idea di essere una ufficiale di polizia.
- A.N.?
- Sì, sono io.
- Dove sta andando? Mi fa vedere il biglietto? Grazie. Milano-Firenze International Railway. Aveva fretta di partire. Mi spiace, ma la dovremo trattenere.
- Sto per partire.
- È proprio per questo che la fermiamo. Pensiamo che lei stia lasciando il Paese per questioni illegali e dobbiamo fare dei controlli. Il prezzo del biglietto le sarà rimborsato. La prego di seguirci in Questura.
- Va bene.
Nel giro di poche settimane A.N. fu condannato per azioni sovversive, transizioni bancarie finalizzate all’evasione fiscale, condotta antisociale e vilipendio alla Nazione.

Leonardo Marzorati




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16 gennaio 2011

Cremona, bel sol d'amore

CAPITOLO XXVIII

- Pensavo si trattasse di un incontro riservato
L'ambasciatore italiano Colarizzi  fu subito sorpreso di trovare nella stanza, oltre al presidente Marzorati, altri esponenti del governo. C'era il ministro degli esteri Bodega, il collega della difesa Colombo, l'ambasciatrice lombarda all'Onu Elsa Cattaneo e due alti ufficiali delle Divise Verdi.
- Stia tranquillo ambasciatore, sono tutte persone fidate. Anche il nostro ambasciatore a Roma è stato accolto da diversi esponenti del vostro regime appenninico. Veniamo al punto: il suo Paese vuole dichiararci guerra?
- Cosa? Presidente, l'Italia sta facendo di tutto per scongiurare una simile follia.
- Allora vuole sovvertire la democrazia! Ma come, una nazione che si bulla di far ancora parte dell'Unione Europea, che elogia il suo dispendioso sistema politico e che non perde tempo per attaccare la Lombardia e di sue presunte svolte autoritarie, quella nazione ora ha intenti dittatoriali. Incredibile.
Gli uomini del regime in stanza ridacchiavano agli sproloqui di Marzorati. Bisognava dare un'immagine di Paese unito e solido. La partita aveva un nome: Cremona. Il 30 marzo 2044 la provincia della Bassa Padana aveva eletto presidente Gino Borghi a capo della coalizione "Rinascita Lombarda". Il nuovo consiglio provinciale aveva subito indetto un referendum per votare l'annessione della provincia alla Lombardia. L'intervento della Corte Costituzionale bloccò il tentativo, nonostante la raccolta di firme. Il vento lombardista soffiava sempre di più su Cremona e Mantova. quest'ultima vedeva le fazioni filolombarde più deboli. C'erano pure gruppi filotriveneti e sostenitori dell'alleanza tra le città dell'Emilia e della Romagna. Una situazione sempre meno eterogenea aveva contraddistinto i primi anni '40 del cremonese. Il referendum avrebbe visto la vittoria del Sì, che significava l'uscita dall'Italia e l'annessione alla Lombardia. Uno smacco per il governo di Roma. Una nuova vittoria politica per Marzorati. Sul piano economico Cremona aveva solo da guadagnarci nel passare dal tricolore alla rosa camuna.
L’ambasciatore Colarizzi riprese il discorso:
- Presidente, il referendum proposto da Borghi è anticostituzionale. Come lo fu quello che diede l’indipendenza al suo Paese. La Costituzione Italiana è il nostro foglio sacro. Lei dovrebbe conoscerla. Anche in questo caso, siamo molto preoccupati nel vedere settori dello stesso nostro esercito fare dichiarazioni per l’annessione di Cremona alla Lombardia. Così come abbiamo saputo di contatti tra i suoi servizi segreti e esponenti della Bassa Padana. Questo gioco non può portare a nulla di buono. I confini sono stati stabiliti da accordi che lei ha firmato. Vuole rimangiarsi la parola.
- Sì caro ambasciatore. Ma non mi rimangio la parola. Io quando firmai quegli accordi, parlai chiaramente di accordi provvisori. Sono sempre stato fiducioso in un ritorno naturale di Cremona e Mantova alla Lombardia. In più aggiungo: noi siamo i veri democratici. Non la vostra Costituzione, scritta quasi 100 anni fa in un clima totalmente diverso. Quando nel 2038 Cremona e Mantova votarono democraticamente contro la mia proposta io fui i primo a dire: “Bene, avete fatto la vostra scelta, non la condivido ma la rispetto”. E Quelle due province sono andate al vostro dominio. Ora una di queste due fa una richiesta. Vediamo se il pensiero della gente è cambiato. Si può fare un tentativo? Si vota e si vede. Qui in Lombardia, come nella vicina Svizzera, i referendum sono all’ordine del giorno. Sono anche un costo, ma li si fa. Ovviamente dopo raccolta firme e controlli sulla  validità delle proposte. Fatelo anche nel vostro Paese. Intanto, per salvaguardare i cittadini cremonesi, cosa che voi non fate, ho disposto sul confine militari e Divise Verdi incaricati di dare assistenza ai profughi.
- Ma quali profughi? Non siamo in guerra.
- Fate quel dannato referendum e lo saremo.
- Cosa?
- Guerra fredda si intende. Sono più pacifista di tutti voi imbrattacarte italioti. Le missioni umanitarie in Africa lo dimostrano. Siate democratici. Noi lo siamo.
Il referendum fu fatto. Il 1 gennaio 2045 si festeggiò l’ingresso della provincia di Cremona nella Repubblica Presidenziale Lombarda.

Leonardo Marzorati




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11 gennaio 2011

Agnostico devoto

CAPITOLO XXVII

Incontro tra il subcaporale Marzorati e l’arcivescovo di Milano cardinal Zoppis. 18 marzo 2045.
M: - Buona sera Eminenza.
Z: - Buona sera signor Marzorati.
M: - Appena ho potuto, mi sono liberato per venirla ad incontrare. Sa che la Curia di Milano, pur essendo laico e non praticante, per me è un punto cardine della nostra Lombardia. Non sarò mai grato abbastanza per il lavoro che fate per i più bisognosi. E anche per dare degli stimoli, con le vostre critiche costruttive, al percorso di costruzione della nostra giovane e splendida nazione.
Z: - Proprio di questo volevo parlarle caro Marzorati. Sono convinto che lei agisca in buona fede. So che ascolto molto anche i cattolici del suo governo. So che risponde, spesso, alle richieste che le vengono fatte dalle associazioni cristiane. Ci sono però delle scelte politiche che lasciano dei dubbi e mettono in stato di allarme anche la Santa Sede. Per il Vaticano, Italia e Lombardia sono allo stesso piano. Parliamo a entrambi. La Lombardia ha scelto il nostro credo come religione di stato, l’Italia continua sulla scia del Concordato del 1984, però sa che noi non facciamo preferenze.
M: - Ci mancherebbe. Io non chiedo canali privilegiati.
Z: - Ecco, però giungono ogni giorno segnalazioni preoccupanti.
M: - Mi dica.
Z: - Riguardanti il trattamento riservato ai migranti. Altre preoccupazioni vengono dalle notizie sui campi riservati ai nomadi. La carenza di notizie riguardanti le condizioni di chi vi è stato rinchiuso destano preoccupazioni per la Chiesa. Anche qualche esponente della sua larga fazione politica ha mostrato titubanze. Quello a cui noi temiamo è la sorte dei migranti e dei nomadi. Anche alcune nostre associazioni si sono lamentate di certi impedimenti procurati dalle Divise Verdi al loro lavoro.
M: - Le rispondo con ferma franchezza, Eminenza. Noi siamo dalla parte di tutte le minoranze che stanno in Lombardia. Danno ricchezza al nostro paese e lo sappiamo. Ci sono però minoranze pericolose per la stabilità del paese. Sono minoranze riottose, estremiste. Anche sul tema dei nomadi. Molti hanno accettato di vivere in stabili a canone equo, garantito dallo Stato o dalle Province. Altri hanno continuato a vivere nell’illegalità e siamo dovuti intervenire per ripristinare l’ordine. Anche sul tema migranti. Abbiamo avuto troppi casi di fanatismo islamico. L’attentato di Porta Garibaldi ne è la dimostrazione. Siamo dovuti intervenire con leggi speciali. Ci potrebbero essere stati degli eccessi, ma il fine era quello di garantire la sicurezza di tutti i cittadini. A noi preme quello. Sulle associazioni si dovrà valutare. In alcuni casi però sono gli operatori che urlano inutilmente di fronte all’attuazione di leggi votate dal Consiglio Nazionale e quindi dal popolo lombardo.
Z: - Si ricordi che il popolo può essere orientato da facili slogan. In Palestina decisero di condannare a morte Cristo piuttosto che Barabba. Non bisogna soffiare sul fuoco dell’intolleranza.
M: - Io difatti sono per la tolleranza e l’aiuto ai più bisognosi. Dico io, per dire il Fronte. Io sono un signor nessuno in un ingranaggio. Il Fronte ha votato per le missioni umanitarie in Somalia e Nigeria. Abbiamo mandato alpini in zone di disperazione anche per difendere i cristiani perseguitati. Di questo anche la Santa Sede ci ha ringraziati. I nostri soldati sono là con il sì dell’Onu. Abbiamo dato aiuti e uomini della Protezione Civile Lombarda anche per i lavori di ricostruzione dopo il terremoto in Calabria. Pure nell’Italia da cui troppo spesso partono voci contro la nostra nazione. Se ci sono stati soprusi ci saranno indagini. Ma il nostro lavoro sta garantendo sicurezza e solidità sociale ai lombardi. I dati delle agenzie internazionali parlano chiaro. La Lombardia dall’indipendenza è più ricca, più sicura e con più possibilità di dare una mano a chi è in difficoltà.
Z: - Non metto in dubbio l’impegno dei lombardi davanti alle calamità naturali, davanti alle situazioni di guerra e miseria. Vorrei però che gli uomini legati al suo governo operino nel rispetto dei diritti essenziali. Anche esponenti cattolici del suo governo l’hanno fatto notare. Qualcuno ha mostrato delle insofferenze per come vengono attuate certe politiche. Io, da responsabile di questa Curia, le faccio solo notare i fatti. La parola di Dio è quella che qualsiasi uomo di stato, credente o no, deve perseguire. Se lo farà saprà di aver lavorato per il giusto. Lo stesso vale per leggi che possono andare contro l’uomo. Mi riferisco al permettere certe libertà. Come quella di auto infliggersi flagelli di morte.
M: - Qui so che abbiamo visioni diverse. Sia la legge che depenalizza l’utilizzo di certe droghe, sia quella che permette un testamento biologico, sono state votate tramite referendum. Il popolo lombardo si è espresso. Bene o male non so, non spetta a me giudicare. Io penso bene. Lei probabilmente pensa male. Winston Churchill diceva che la democrazia non è perfetta ma è il sistema meno peggiore tra tutti quelli visti nella storia dell’umanità. Io mi attengo alla democrazia. La politica propone, il popolo vota, il governo mette in pratica. Questa è la mia visione. Una visione che si sposa con la nostra nazione cristiana. Su questo anche i cattolici del Fronte sono d’accordo. Ci si è divisi in fase di referendum, poi però si opera tutti uniti.
Z: - Cerchi di ascoltare meglio le voci dei cattolici. Sono parte essenziale del suo governo. Dopo queste decisioni la invito a difendere la vita, a non insistere su propagande della morte e a controllare che anche i diritti degli ultimi siano rispettati.
M: - Sarà fatto Eminenza. La ringrazio dei suoi preziosi consigli. Terrò bene a mente quello che mi ha detto.
Z: - Che la pace sia con Lei.
Nella stessa giornata un detenuto egiziano del carcere di Opera morì in circostanze mai chiarite. Il cadavere riportava segni evidenti di percosse. Ci fu una tiepida indagine e poi tutto venne archiviato. In quell’anno furono circa una trentina le persone scomparse nel Centro Penitenziale di Rieducazione della Valfurva.

Leonardo Marzorati




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3 gennaio 2011

La base è con lui

CAPITOLO XXVI

26 luglio 2037 Suzzara, Festa Provinciale del Fronte Unitario della Lombardia. Davanti a circa un migliaio di militanti, prende parola il governatore della Regione Lombardia Leo Marzorati.
- Carissimi amici e carissime amiche. In questa torbida estate dobbiamo essere tutti uniti nell'affrontare la pesante crisi economica che attanaglia l'Europa e l'Italia. Il nostro Paese è in ginocchio. La colpa non può essere certo additata interamente a questo governo, ma è chiaro che delle forti responsabilità ci sono. Parlo a braccio, voglio essere chiaro a tutti voi senza troppi fronzoli. Siamo in pesante recessione. Ho parlato con alcuni tra i migliori economisti della nostra Regione. Vi dico qualche nome: Giulio Baccanti Sforza, Michele Santoni, Alessia Mariani. Si tratta di economisti moderati, non certo dei pericolosi secessionisti. Anche loro convergono su un punto. L'autonomia, se non l'indipendenza, della Lombardia dall'Italia, porterebbe linfa nuova alle nostre casse. Un governo progressista, democratico e socialista in un'ottica di autonomia vera, se non indipendenza, saprebbe veramente fare il meglio per risollevare la nostra terra dallo schiacciamento. Il mantovano ha tanti distretti. Tecnologie all'avanguardia, un'agricoltura tra le più produttive d'Europa. Qui c'è integrazione con gli stranieri, non come al centrosud, dove le mafie gestiscono questi poveracci mandandoli in giro a rubare, spacciare, se non ammazzare. Anche da noi c'è delinquenza. questo perché si è dato il via a una legge debole sull'immigrazione. Una legge che potrei definire anticostituzionale, dato che difende chi sfrutta il lavoro minorile. Una legge che santifica certa delinquenza e permette a tanti sbandati di fare terra di bottino del nostro Paese. Io dico basta! Siamo schiacciati e stufi. Certi rom hanno dimostrato di non volersi integrarsi in questa terra. Verso di loro non ci deve essere nessun buonismo. Solo una sana repressione portata avanti dall'amore verso la legge e la giustizia. Vogliamo leggi giuste. E non vogliamo leggi ingiuste. Come quelle fiscali, che massacrano operai, lavoratori interinali e con contratti a prestazione. Cambiamo le tassazioni alte su lavoratori dipendenti e indipendenti. Tassazioni più alte rispetto a quelle di altre regioni. Spesso sono regioni che sfruttano i vantaggi per poter scialacquare il denaro pubblico. Regioni da cui provengono certe canaglie che qui delinquono e gestiscono i peggiori racket. Pure Saviano mi ha dato ragione. Lo sa anche lui che una maggiore autonomia politica al Nord sarebbe uno scacco forte alla mafia. Solo i soloni di Roma non vogliono capirlo. "Siete ricchi" dicono da decine d'anni. "Pagate anche per quelli messi peggio". No! Basta! Pesciat in del cu! Voi dell'Oltrepò Mantovano mi capite comunque.
Ci furono urla dal pubblico
- Grande Marzorati!
- Fuori dall'Italia. Come il Triveneto!
Continuò il governatore
- Se ce lo permetteranno, cara signora, usciremo anche dall'Italia.Ovviamente con referendum democratico in cui ci si possa confrontare con tutte le voci. Ne abbiamo viste troppe. Io stesso, dopo aver fatto richiesta per lo stipendio minimo da dirigente pubblico, ho voluto che anche gli eletti della mia maggioranza facessero lo stesso. Noi lombardi siamo gente pane al pane e vino al vino.
- Quelli sono gli emiliani.
- Ecco, vedete, ho dato modo alla stampa di scrivere che ho fatto un'altra gaffe. Così scriveranno: "Marzorati elogia gli odiati emiliani davanti a una platea di mantovani". Comunque saranno pane al pane e vino al vino loro, ma lo siamo anche noi. Eccome se lo siamo. Alcuni parlamentari hanno proposto al Senato una legge sulle gabbie salariali. Una legge giusta, ovviamente bloccata dai soliti noti. io mi chiedo: ma es i soliti noti in questione prendono vagonate di voti in certe regioni e briciole nella nostra, non sarebbe forse il caso di proporre una seria riforma autonomista lombarda? Siete diversi da noi: prendetene atto e lasciateci lavorare. Voi votate x, noi y, per quale motivo dobbiamo convivere nello stesso letto? La nostra destra è diversa dalla vostra; la nostra sinistra (e qui salto fuori io) è diversa dalla vostra; idem il centro. Noi per la nostra strada, voi per la vostra. Nel reciproco rispetto. Perché sia chiaro: noi rispettiamo tutti. Calabresi, liguri, campani, laziali ed emiliani. La signora là quando ho detto "emiliani" ha fatto segno no con la testa. L'ho vista veh. Facezie a parte, stiamo veramente valutando l'ipotesi di una riforma interna alla Lombardia. Una riforma che presenteremo di nuovo al Senato. Probabilmente per sentirci dire le stesse cose: la prassi è questa. Noi andiamo avanti, testardi come non mai. Se il presidente del consiglio, il ministro Lo Cicero e tutti i vari ras del governo romano vorranno ascoltarci seriamente a un tavolo bene. Altrimenti la pazienza si sa, sfugge via. E se finisce la pazienza si ricorrerà al metodo più semplice: referendum. Democrazia signori. La democrazia glorificherà la Lombardia.
Scrosciarono gli applausi. Marzorati guardò la platea sorridendo e alzando il braccio destro, accennando a un pugno chiuso.


Leonardo Marzorati




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