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Una brutta troia

Carpofora pensava di essere brutta come il suo nome di battesimo. Si sbagliava. Lei era brutta, il suo nome no. Al massimo era brutta come il fungo omonimo. Carpofora era il retaggio lombardo del suo borgo sperduto nella Val d'Intelvi. Dal santo comasco morto martire, al pittore ticinese Tencalla, in diversi non si erano vergognati di portarne il nome. Altri tempi forse, sta di fatto che la nostra Carpofora soffriva, oltre che per il suo aspetto sgraziato, anche per quelle nove lettere presenti su qualunque suo documento personale.

Odiava i suoi occhi sottili. Erano l'esatto opposto ai canoni di bellezza della sua epoca. Nemmeno il colore verde dell'iride risaltava uno sguardo perlopiù spento. D'estate copriva tutto con pesanti occhiali da sole a lenti scure. D'inverno doveva accontentarsi dei suoi occhiali da vista con montatura spessa e nera. Brutti occhiali potevano forse nascondere brutti occhi. La sua miopia era forse un vantaggio in questo. Alta non più di un metro e sessanta, il suo lineare corpo non poteva eccitare nessuno. Non aveva seno e il sedere si muoveva tra la folla nel più perfetto anonimato.

Sola e prossima ai trent'anni, conviveva con una ragazza decisamente più carina di lei, in un modesto appartamento non molto distante da viale Brianza. Ornella, questo il nome della sua coinquilina, in tre anni di convivenza aveva portato in casa, presentandoli a Carpofora, almeno una decina di boyfriend. Si era trattato quasi sempre di storie fugaci, anche se un paio di volte le frequentazioni si erano protratte per un paio di mesi. Non era certo una ragazza da storie serie Ornella. Chi invece di ragazzi non ne aveva presentato nemmeno uno era Carpofora. Far entrare un ragazzo in casa, per poterlo presentare a Ornella, divenne un'ambizione disturbante. In diverse occasioni si era ritrovata a tarda sera sdraiata sul letto, intenta a rigirarsi con la testa sotto il cuscino, mentre fantasticava di possibili spasimanti raccattati chissà dove e condotti nella sua dimora. Si sentiva più appagata nel momento in cui rimuginava sulla presentazione da introdurre all'amica, che non quando soffermava i suoi pensieri al momento in cui si sarebbe ritrovata a giacere con un uomo nel suo letto. Come ci insegna la musicista, è difficile riuscire a dormire con il cuore spezzato. Voleva uscire da questa spirale di autocommiserazione e frustrazione. Se Dio mi ha creata cessa, pensava, avrà avuto i suoi buoni motivi. Carpofora finiva spesso per masturbarsi tra le lacrime. Poteva però farla nascere in un'altra epoca storica. Invece no! Fu concepita in un tiepido inverno degli anni ottanta del ventesimo secolo.


Qualcuno che avesse voglia di passare dei momenti di seduzione con Carpofora c'era? La ragazza continuava a domandarselo, facendosi del male, essendo di indole psicologica debole e troppo presa nel confrontare il proprio ego, senza dare troppa attenzione a tutto ciò che le stava intorno.

Decise così di mettersi abiti succinti, quantomeno i più provocanti che aveva, e di restare ferma per qualche ora in una calda serata di fine agosto sul ciglio della strada di viale Abruzzi. Con tutte le prostitute che bazzicavano il viale a quelle ore, qualcuno l'avrebbe senz'altro contattata.

Sistematasi sul lato interno della strada, fingeva interesse nel suo vecchio cellulare, mentre teneva la schiena appoggiata al palo di un cartello stradale. Di tanto in tanto giocherellava con la sua borsetta di Hello Kitty, giusto per dare l'idea a chi passava di essere in fase di tedio e di voler vedere qualche auto fermarsi. Vide una berlina fermarsi cento metri più avanti, dove una sua più esperta “collega” era in attesa sul ciglio come lei. Dopo una veloce discussione, probabilmente sul prezzo, la ragazza, una slava di qualche anno più giovane di Carpofora, salì sull'auto. Chi guidava la berlina non poteva essersi non accorto di Carpofora. Eppure aveva proseguito dritto, fermandosi solo cento metri più avanti da un'altra.

Era trascorsa circa mezz'ora quando passò un curioso tizio in bici. Quarantenne con una barba brizzolata decisamente non curata, indossava una camicia hawaiana e un cappello contadino di paglia. La guardò con leggera incredulità, come a pensare: ma questa racchia è una mignotta? Rallentò, frenò e poggiato il piede destro sul marciapiede si girò guardando la ragazza. «Scusa la domanda, ma quanto chiedi?» «No, guarda che sto aspettando un'amica» «Fai attenzione a farlo su questo viale. Ti potrebbero scambiare per una puttana». Probabilmente usò il termine “puttana” per compassione. Fu una sorta di complimento, per quanto falso. A Carpofora tutto sommato fece piacere.

Passò più di un'ora prima che un'auto si fermasse. Un uomo al volante di un'utilitaria accostò davanti a lei. Dal finestrino abbassato Carpoforà fissò un sessantenne dalle guance rossastre e un riporto di capelli bianchi ben curato. La domanda fu la più scontata e la ragazza improvvisò una cifra. Cinquanta euro. Forse l'ometto si aspettava qualcosa di meno, difatti fece ripartire il mezzo e proseguì. Carpofora pensò di abbassare il suo prezzario.

A un magrebino in motorino propose trenta euro. Doveva andargli bene, poiché le disse di salire sul suo ciclomotore. Carpofora accettò. Non pensò molto alle conseguenze della sua scelta. Ormai era in gioco e tanto valeva giocare. Sicuramente non avrebbe presentato questo ragazzo a Ornella. Dimostrava qualche anno sopra i trenta e nonostante le pesanti spruzzate di profumo, aveva addosso un sentore di cibo fritto. Teneva i capelli impiastrati di gel e stirati all'indietro, portava una maglietta non ufficiale dell'Inter e un paio di bermuda colorati. Secondo Carpofora questo abbigliamento non si addiceva a un maniaco, quindi non si preoccupò più di tanto della sua scelta. Decise comunque di chiedere al suo “cliente” dove la stesse portando. «Dietro Porta Vittoria. Lì è un posto sicuro. Mi chiamo Ahmed e vengo dall'Egitto». Carpofora si presentò. Dopo pochi minuti arrivarono a destinazione. Ahmed parcheggiò il suo motorino, preoccupandosi di bloccare con un catenaccio la ruota posteriore. Questo attaccamento al suo mezzo di trasportò sollevò ancora maggiormente Carpofora. Non era di certo attratta da quello straniero, ma le faceva troppo piacere vedere che qualcuno era addirittura disposto a spendere dei soldi per fare del sesso con lei, che recitò la sua parte fino in fondo. Ahmed le diede i trenta euro e la ragazza li mise subito nella borsetta. Camminarono fino al terreno incolto che copriva la stazione sotterranea del passante ferroviario. Carpofora estrasse dalla borsa un preservativo: alla fine sapeva che se si fosse presentata la situazione, avrebbe ceduto. Si limitò a un'orale e a uno smorzacandela. Il ragazzo ci mise poco a raggiungere l'orgasmo. Si stava rivestendo, quando le chiese: «Ridammi i soldi, non mi hai dato il culo». Un forte brivido percorse la schiena della ragazza. «Ma tesoro, ho fatto tutto quello che volevi.» «Ti avevo detto anche nel culo, ma non me l'hai dato. Ora rivoglio i soldi.» Il ragazzo le diede uno spintone che la fece cadere. Afferrò la borsa e sfilò i soldi che pochi minuti prima le aveva dato. Non si fermò a quelli. Aprì anche il portafogli. Carpofora cercò di rialzarsi per bloccarlo, ma si beccò solo un pugno e ricadde a terra. «Chiamo il mio protettore – vaneggiò tra le lacrime – ti ammazza.» «Zitta puttana» e le tirò un calcio nel ventre, mentre lei era ancora a terra. Per sua sfortuna il ragazzo trovò solo altre quindici euro. Se le mise in tasca, poi sollevò la testa di Carpofora tirandola per i capelli. «So dove lavori, se lo dici a qualcuno ti ammazzo.» Le diede uno schiaffone e la fece ruzzolare nell'erba. Mentre se ne tornava al motorino le urlò: «Fai schifo, sei brutta e scopi di merda. Puttana».

Carpofora rimase a terra tra le lacrime per qualche minuto. Ebbe dei conati di vomito ma non rigettò nulla. Si rialzò e cercò di tornare a casa a piedi. Non avrebbe detto nulla a nessuno. Sicuramente nome e nazione d'origine erano false. La targa del motorino non la ricordava e nemmeno il modello. Dopo qualche metro di strada vomitò. Mentre cercava di ripulirsi la bocca con il suo fazzoletto cercava di farsi forza. In fin dei conti qualcuno l'aveva desiderata e posseduta.

Pubblicato il 3/3/2017 alle 23.19 nella rubrica Opere.

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